Analisi tattica e tecnica del Gruppo D dei Mondiale 2026. Alla scoperta di Australia, Paraguay. Turchia e Usa.
IL VIAGGIO DELL’AUSTRALIA
Iniziamo il viaggio all’interno del girone partendo dall’Australia, una nazionale che si presenta ai blocchi di partenza forte della sua settima partecipazione totale alla fase finale di un Mondiale, la sesta consecutiva. I Socceroos hanno strappato il pass per questa edizione conquistando il secondo posto nel Gruppo C del terzo turno della zona asiatica, posizionandosi subito dietro al Giappone. Storicamente, il loro miglior piazzamento in assoluto sono gli ottavi di finale, un traguardo raggiunto due volte, nel 2006 contro l’Italia e nel recente torneo in Qatar nel 2022.
Oggi in panchina siede il commissario tecnico Tony Popovic, un allenatore di polso che fa della solidità difensiva e della disciplina la sua prima legge. Analizzando la squadra reparto per reparto, la porta è blindata dall’esperienza monumentale e dalla leadership del capitano Mathew Ryan, l’autentica certezza della squadra. Davanti a lui, la linea difensiva è guidata dal colosso Harry Souttar del Leicester, un gigante invalicabile nei duelli aerei e devastante sui calci piazzati, affiancato dalla fisicità di Alessandro Circati del Parma. A centrocampo il motore e il cuore pulsante della squadra sono rappresentati dal dinamismo di Jackson Irvine del St. Pauli, che fa reparto insieme all’intelligenza tattica di Connor Metcalfe. In attacco il peso del reparto è affidato alla potenza di Mohamed Toure del Norwich, supportato sulle fasce dall’imprevedibilità di Cristian Volpato del Sassuolo e dall’esplosività della giovane stellina Nestory Irankunda ex primavera del Bayern Monaco. Lo stile di gioco dell’Australia è estremamente pragmatico, basato su una difesa a tre molto fisica che si compatta a cinque in fase di non possesso, riducendo gli spazi al minimo per poi pungere con transizioni rapide e palle alte. Per quanto riguarda le aspettative, gli australiani sanno di partire un gradino sotto alle favorite del gruppo, ma l’obiettivo concreto è dare battaglia in ogni singola partita per agganciare la qualificazione agli ottavi, puntando a rientrare tra le migliori terze.
IL MURO PARAGUAY
Il cammino prosegue con il Paraguay, che festeggia la sua nona partecipazione totale alla fase finale di un Mondiale, un ritorno attesissimo dato che l’Albirroja non riusciva a qualificarsi da ben sedici anni, dall’edizione del 2010. I sudamericani hanno conquistato l’accesso diretto grazie a un clamoroso e solido sesto posto nel durissimo girone unico della CONMEBOL. Il punto più alto della loro storia mondiale coincide proprio con l’ultima apparizione del 2010, quando si arresero solo ai quarti di finale contro la Spagna che avrebbe poi vinto la coppa.
La squadra è guidata dal commissario tecnico argentino Gustavo Alfaro, un autentico sciamano nel rigenerare gruppi in difficoltà e nel costruire squadre cortissime. Passando ai singoli reparti, tra i pali si è preso la titolarità Orlando Gill del San Lorenzo, offrendo grande sicurezza a tutto il reparto. La difesa è il vero capolavoro di Alfaro, un bunker guidato centralmente dal carisma e dall’esperienza di Gustavo Gómez del Palmeiras e dalla cattiveria agonistica di Omar Alderete del Sunderland. A centrocampo la squadra abbina i polmoni e l’interdizione di Andrés Cubas dei Vancouver Whitecaps alla qualità tecnica e geometrica di Diego Gómez del Brighton. In attacco tutto ruota attorno alla luce e all’estro di Julio Enciso, stella dello Strasburgo, supportato dalla velocità di Miguel Almirón ex Newcastle e dal cinismo in area di rigore di Antonio Sanabria del la Cremonese. Lo stile di gioco del Paraguay è un ritorno alla tradizione più pura del calcio locale: baricentro basso, aggressività feroce sulle seconde palle, raddoppi costanti e verticalizzazioni immediate per vie centrali. Le aspettative per i sudamericani sono quelle di una pericolosissima mina vagante, una squadra fastidiosa da affrontare per chiunque, pienamente in corsa per un posto diretto agli ottavi di finale.
IL PRAGMATISMO OTTOMANO
Ci spostiamo ora in Europa con la Turchia, che si affaccia alla sua terza partecipazione mondiale, interrompendo un digiuno storico che durava da ben ventiquattro anni, dal lontano 2002. I turchi si sono presi il biglietto per il torneo vincendo la finale del percorso C dei playoff europei, dopo un cammino entusiasmante. Il miglior piazzamento nella storia della nazionale della mezzaluna è il leggendario terzo posto conquistato proprio nel 2002 in Corea e Giappone.
Oggi a guidare la squadra c’è il commissario tecnico italiano Vincenzo Montella, che ha saputo mixare la disciplina tattica europea con l’immenso talento naturale dei suoi giocatori. Esplorando la rosa reparto per reparto, in porta siede saldamente Mert Günok del Fenerbache, elemento di assoluta affidabilità ed esperienza. La linea difensiva poggia sui muscoli del centrale Abdülkerim Bardakcı del Galatasaray e sulla leadership di Çağlar Söyüncü del Fenerbahçe, con la spinta costante ed eclettica di Ferdi Kadıoğlu del Brighton sulla fascia sinistra. Il centrocampo è il vero gioiello della Turchia: il regista, faro e capitano indiscusso è Hakan Çalhanoğlu dell’Inter, protetto dai polmoni di İsmail Yüksek del Fenerbahçe e coadiuvato dalla qualità di Orkun Kökçü del Besiktas. Sulla trequarti la Turchia vanta una batteria di talenti purissimi e imprevedibili, guidati dalla classe cristallina di Arda Güler del Real Madrid. di Kenan Yıldız della Juventus e di Can Uzun del Francoforte, pronti ad innescare la velocità di Barış Alper Yılmaz del Galatasaray e Kerem Aktürkoğlu ex Benfica. Lo stile di gioco di Montella si sviluppa su un 4-2-3-1 fluido, basato sul possesso palla, sul controllo del ritmo e su combinazioni strette sulla trequarti per vie centrali. C’è un entusiasmo straripante attorno a questa spedizione e le aspettative sono giustamente ambiziose, con la Turchia accreditata non solo per giocarsi il primo posto nel girone ma anche per confermarsi come una delle più affascinanti sorprese di tutta la competizione.
IL SOGNO USA
Il grande viaggio si conclude infine con i padroni di casa degli Stati Uniti, che partecipano al Mondiale per la dodicesima volta nella loro storia e che, in qualità di paese co-organizzatore, non hanno dovuto disputare i gironi di qualificazione. Il loro miglior piazzamento di sempre resta il terzo posto della primissima edizione del 1930, mentre in epoca moderna spiccano i quarti di finale del 2002.
Per compiere il definitivo salto di qualità davanti al proprio pubblico, la federazione ha affidato la panchina a un big internazionale come Mauricio Pochettino, arrivato per dare una precisa identità tattica e una mentalità vincente a un gruppo giovane. Esaminando lo scacchiere reparto per reparto, il guardiano dei pali è Matt Turner ex Nottingham Forest, portiere di grande affidabilità tra i pali. In difesa la colonna centrale è retta dalla fisicità di Chris Richards del Crystal Palace e dall’esperienza del veterano Tim Ream dello Charlotte, mentre sulle corsie esterne c’è una spinta devastante grazie ad Antonee Robinson del Fulham e a Joe Scally del Borussia Mönchengladbach. A centrocampo la diga è formata dall’energia del capitano Tyler Adams del Bournemouth e dagli inserimenti dinamici di Weston McKennie della Juventus, supportati dalla qualità di Malik Tillman del Bayer Leverkusen. Davanti la qualità è altissima: la stella polare è Christian Pulisic del Milan, coadiuvato dall’estro di Giovanni Reyna del Borussia Dortmund, dalla rapidità di Timothy Weah del Marsiglia e dal senso del gol di Folarin Balogun del Monaco e Ricardo Pepi del PSV. Sotto la guida di Pochettino, gli USA propongono un calcio moderno, europeo e ad alta intensità, solitamente schierato con il 4-2-3-1, che fa dell’ampiezza e del ritmo i suoi punti di forza. Le aspettative sono altissime e accompagnate da una pressione enorme: l’obiettivo minimo è vincere il girone e superare lo scoglio degli ottavi, poiché qualsiasi risultato inferiore verrebbe considerato un fallimento totale.

