La retrocessione del Bari non è solo un verdetto del campo, ma l’epilogo inevitabile di una stagione definibile come scellerata sotto ogni punto di vista. È il fallimento di una gestione che ha visto alternarsi due allenatori senza mai trovare una direzione, di una squadra allo sbando costruita con lacune evidenti in ogni reparto e, soprattutto, di una società percepita come inesistente, o peggio, interessata a Bari esclusivamente come a un bacino di talenti da cui attingere per altre realtà.
Il peccato originale risiede probabilmente in quel playoff per la Serie A sfumato all’ultimo respiro contro il Cagliari. Da quel momento, invece di rilanciare, la proprietà ha scelto la via dello smantellamento: i pezzi pregiati, da Cheddira a Caprile, sono stati ceduti senza essere sostituiti da profili all’altezza. È stata la dimostrazione plastica di una mancanza di ambizione nel voler salvare la categoria, un segnale di resa anticipata che ha svuotato di senso il progetto sportivo e ferito profondamente la piazza.
Sul piano agonistico, il doppio confronto con il Sudtirol ha certificato l’impotenza dei biancorossi. Il Bari non è mai riuscito a scalfire la solidità di una squadra quadrata e caparbia, capace di difendere il pareggio con ordine e determinazione. Ma il problema non è solo tecnico: la città stessa sembra soffrire di un’incapacità cronica di esprimere una forza economica locale in grado di rilevare il club, lasciando la società ostaggio di una gestione che non ne riconosce il valore storico e sociale.
Ora per il Bari si aprono le porte dell’inferno: il Girone C della Serie C. Un raggruppamento dal quale risalire è un’impresa titanica, come dimostra l’esperienza del Benevento, che nonostante investimenti massicci ha impiegato anni per ritrovare la cadetteria. La storia insegna che non basta chiamarsi Bari per vincere; non bastano il blasone o una tradizione gloriosa per garantirsi il ritorno tra i grandi.
La ripartenza deve necessariamente passare per un cambio di proprietà e, soprattutto, di mentalità. Occorre abbandonare la presunzione che ha caratterizzato club e ambiente negli ultimi tempi. Per ricostruire dalle macerie servono umiltà, una programmazione seria. Solo così la piazza biancorossa potrà sperare di uscire dal baratro e ritrovare il posto che la sua storia e la sua tifoseria meriterebbero.

