Domani i sorteggi per gli ottavi di finale vedranno nelle urne i nomi di ben 6 club inglesi, di cui 5 qualificati direttamente durante la fase a gironi. La Premier League sta vivendo una vera e propria era d’oro, culminata con la presenza di club britannici in finale di Champions League per due volte negli ultimi quattro anni, incluso il derby del 2020/21 tra Manchester City e Chelsea.
Oltre il fattore economico: la competitività interna
Questo strapotere non si spiega solo con la disponibilità finanziaria, ma anche — e forse soprattutto — con l’alto numero di top club che rendono il campionato estremamente competitivo. Gli ingenti ricavi, derivanti non solo dai grandi investitori ma anche da una gestione magistrale dei diritti televisivi, permettono persino ai club “minori” di competere sul mercato quasi al livello delle big europee.
Basti pensare che il valore di mercato dell’ultima in classifica in Premier League supera di gran lunga quello delle neopromosse o delle squadre di bassa classifica degli altri campionati (il divario tra i 12,43 miliardi totali della Premier contro i 5,24 miliardi della Serie A parla da sé).
Rose profonde e ritmi serrati
Grazie a rose ricche di fuoriclasse, le squadre inglesi non temono il turnover: il livello resta altissimo anche pescando dalla panchina. Questa profondità le rende “immuni” ai ritmi logoranti della Champions, nonostante il calendario inglese sia tra i più serrati al mondo, con la compresenza di campionato, FA Cup e League Cup.
Una Super League di fattoIn definitiva, è l’economia a creare lo squilibrio maggiore rispetto agli altri campionati europei. Possiamo ormai definire la Premier League come il prototipo concreto di quella Super League tanto discussa: un torneo d’élite, ricchissimo e tecnicamente superiore, che sta riscrivendo le gerarchie del calcio mondiale.

