L’ex direttore sportivo del Palermo Rino Foschi ripercorre la propria vita calcistica a partire dalle origini:
“Come aspirante giocatore ero scarso. Nel settore giovanile del Cesena mi cambiarono ruolo, da mediano a portiere, e ho detto tutto. Al massimo sono stato raccattapalle. Ho conosciuto Dino Manuzzi, il leggendario presidente del Cesena. Aveva un enorme ingrosso di frutta e verdura. Il Conte Alberto Rognoni (uno dei fondatori del Cesena, poi editore, ndr) e Luciano Manuzzi, il figlio di Dino, mi spinsero a Coverciano, a fare il corso da general manager, con Italo Allodi docente. Diventai l’uomo di fiducia di Luciano Manuzzi, gli facevo da autista. Grazie a lui conobbi la gente che contava, da Boniperti a Liedholm, da Fraizzoli a Ferlaino”.
“Federico Pastorello, il figlio di Giambattista e oggi affermato procuratore, muoveva i primi passi, andava a caccia di potenziali campioni e segnalò questo ragazzone svedese. Andai a seguirlo per una settimana, nel ritiro invernale del Malmoe in Spagna. Non era male, ma all’epoca Ibra giocava mezzapunta e noi avevamo bisogno di un attaccante, e non mi piacevano le sue serate. Io i giocatori li seguivo dentro e fuori il campo, li pedinavo. Notai che la notte andava nei bar con i compagni e per me beveva un po’ troppo, però non lo prendemmo per la mia relazione, ma perché costava troppo, e se lo comprò l’Ajax”.
“Al Napoli, da capo degli osservatori. Mi ero messo in testa di prendere Francesco Romano (centrocampista ex Milan, ndr). Il presidente Ferlaino non era convinto né lo erano il ds Marino e l’allenatore Bianchi. “È uno scarto”, dicevano. Mi impuntai, lo ingaggiammo, e Romano diventò una colonna del Napoli di Maradona che nel 1987 vinse lo scudetto. E poi Beppe Signori, al Trento, in C1. Era del Piacenza, andai a vederlo in un’amichevole sul Garda. Quelli del Piacenza volevano che acquistassi un altro: “Rino, lascia perdere quel biondino, è uno scarto dell’Inter”. Un altro scarto… Sì, come no. Lo presi per poco e lo vendetti poi al Foggia per un miliardo e 600 milioni di lire”.
“L’Hellas è stata la grande fortuna della mia carriera, lì ho lavorato con Giambattista Pastorello, che arrivava dal Parma. Pastorello senior mi ha insegnato tutto, per esempio il silenzio e la rapidità. Tacere e operare”.
“Un buon colpo a Verona? Gilardino. All’Hellas formai il mio staff di osservatori. Beppe Corti, un ex mediano del Genoa, era il capo. Giravamo su una Croma vecchia, battevamo i campi delle giovanili. A Corti si aggiunsero altri due ex genoani, Faccenda e Vandereycken, il belga che curava il mercato del Nord, e Dunga per il Sudamerica. Gilardino lo seguì Corti, ma Pastorello non era convinto, finché una sera, prima di un Milan-Roma, mi trovai a parlarne nell’hotel del ritiro con Fabio Capello, allenatore dei giallorossi. Decantai a Capello le doti di Gila, lì vicino c’era Federico Pastorello, il figlio del presidente, che riferì al padre. Pastorello senior mi telefonò arrabbiato: “Perché vai a dire queste cose a Capello? Non si fa! Corri a prendere Gilardino, subito”. Eseguii. A Verona facemmo su e giù tra A e B, portai Prandelli come allenatore e giocatori come Cammarata, Binotto, Camoranesi”.
“Un dato mi rende orgoglioso. Nell’Italia campione del mondo 2006, allenata da Lippi, c’erano cinque giocatori presi da me al Palermo. Toni, Grosso, Barzagli, Barone e Zaccardo. E a questa cinquina aggiungo Gilardino, Oddo e Camoranesi, altri tre campioni del mondo del 2006, con me all’Hellas”.
“Eravamo su Pato, ma il brasiliano costava 20 milioni di euro. Cavani soltanto tre, però su di lui “volteggiava” Sartori del Chievo. Dovevamo fare in fretta. Feci atterrare Cavani a Roma e lo spostai in un hotel a Milano. Lo rinchiusi lì per due giorni, gli dissi che non l’avrei lasciato andare finché non avesse firmato. Un sequestro di persona. Cavani firmò. Ogni giorno mi arrivavano 15-20 relazioni su giocatori in ogni angolo del mondo. Io mi muovevo quando decidevamo di chiudere. Zamparini mi faceva usare il suo aereo privato, i voli costavano. Quando gli chiesi il jet per Kjaer, lui mi disse: “Basta, spendi troppo! E chi è questo Kjaer?”. Decollai lo stesso. Kjaer lo soffiammo all’Inter, comprato a 4 e rivenduto a 12”.
“Mi avrà licenziato sette-otto volte, ma in genere mi richiamava dopo due-tre ore: “Dai, torna qui”. Una volta, il licenziamento durò un paio di settimane. Prese Papadopulo come allenatore e io non volevo. Alla prima sconfitta, mi telefonò: “Rifai la valigia e rientra a Palermo”. Un giorno eravamo in ritiro, stavo vendendo Amauri alla Juve, e il presidente mi sbatté in faccia un quotidiano sportivo che annunciava la cessione. Mi dimisi, ma lui mi richiamò mentre preparavo il trolley: “No, dai, scusa, ritorna qui e vendi pure Amauri”. Lo diedi alla Juve per 14 milioni in contanti più Nocerino e Lanzafame. Al “pres” ho fatto fare delle belle plusvalenze. Barzagli al Wolfsburg per 15 milioni, e già che c’ero ai tedeschi diedi pure Zaccardo per 7. E poi Cavani al Napoli per 17 milioni, Grosso all’Inter per 7… Anche Rinaudo al Napoli per 7 milioni mi diede soddisfazione”.

