Alla vigilia del match di ritorno dei playoff di Champions League, l’atmosfera in casa Juventus è tutt’altro che serena. Con un pessimo rendimento nell’ultimo mese — quattro sconfitte, un pareggio e una sola vittoria — il cammino dei bianconeri si è fatto nuovamente ripido, sia in campionato che in Europa. Da oltre due anni la Vecchia Signora sembra aver smarrito la propria identità, faticando a trovare un ritmo costante nonostante l’avvicendamento di tre tecnici in ventiquattro mesi. Un vortice di cambiamenti che, numeri alla mano, ha prodotto risultati sorprendentemente simili.
La dittatura della media punti: Motta, Tudor e Spalletti a confronto
Analizzando le ultime gestioni, emerge un dato che fa riflettere: la Juventus di Luciano Spalletti sembrerebbe la migliore, avendo raggiunto la stessa media punti di Thiago Motta (1,67) ma con la metà delle partite disputate. Eppure, nonostante l’esperienza del tecnico toscano, le voci di corridoio descrivono una panchina già in bilico. Il quarto posto, ormai diventato l’unico obiettivo concreto delle ultime stagioni, appare come un termine ultimo: fallirlo significherebbe, con ogni probabilità, l’ennesimo ribaltone tecnico.
Un mercato incompleto e l’emergenza infortuni
Ma siamo sicuri che il problema risieda esclusivamente nelle scelte tattiche? Sebbene l’allenatore sia il collante fondamentale per l’ordine e l’unione del gruppo, in campo scendono i calciatori. La realtà racconta di una Juventus che negli ultimi anni non ha finalizzato un mercato all’altezza delle proprie ambizioni.
Oggi la squadra si ritrova a gestire una carenza strutturale pesante: l’assenza di un centravanti puro dopo l’infortunio di Vlahovic e una difesa “corta” che trema senza il suo pilastro, Bremer. Il match d’andata contro il Galatasaray è stato il manifesto di questa fragilità: un passivo pesante che riflette lo squilibrio di una stagione in cui la Juve ha segnato 44 gol subendone ben 43. Numeri da metà classifica, non da chi punta ai vertici.
Il fattore mentale: la capacità di reagire
Oltre ai limiti tecnici, emerge una preoccupante fragilità psicologica. L’aspetto mentale, che sembrava migliorato nei primi mesi della gestione Spalletti, è naufragato nelle ultime uscite. È mancata la capacità di reagire alle difficoltà, dote che storicamente ha contraddistinto il DNA bianconero ma che oggi appare sbiadita. Un top club si riconosce dalla fermezza nei momenti di tempesta; senza questa solidità, la Juventus rischia di non essere più all’altezza del palcoscenico in cui si trova a recitare.
In definitiva, continuare a cambiare guida tecnica senza intervenire sulla profondità della rosa e sulla qualità degli interpreti rischia di essere solo un esercizio inutile. La sfida contro il Galatasaray non deve essere solo un test per la permanenza in Champions o per la panchina di Spalletti, ma un esame di coscienza per l’intera società: è tempo di decidere se la Juventus debba continuare a inseguire il quarto posto come un traguardo o se debba finalmente tornare a costruire una squadra capace di non averne paura.

