Due ore e mezza di sogno, lotta e fatica che scorrono come un film in bianco e nero. L’Italia affronta la Bosnia nella finale playoff per i Mondiali 2026: un vantaggio immediato firmato da Moise Kean accende gli spalti, ma l’espulsione di Bastoni riduce la squadra in dieci, costringendo gli Azzurri a combattere contro il tempo e contro un destino avverso.
Al 70’ la Bosnia trova il pareggio, tra episodi controversi e un tocco di mano non rilevato. Gattuso corre ai cambi, inserisce Palestra per ravvivare la fascia destra, ma i supplementari consumano le ultime energie. Ai rigori, la Bosnia non sbaglia, quattro trasformazioni perfette, mentre gli azzurri a segno solo una volta.
Non è una partita persa. È un sistema che perde da anni. Una Nazionale che paga il prezzo di scelte rimandate, di sogni coltivati e mai completamente realizzati, di un calcio che ha perso la sua identità e ora deve rifondarsi dalle fondamenta.
Una Serie A sempre più straniera, mancanza di strutture, settori giovanili che non vengono valorizzare, regole sugli under valide solo nei campionati minori e una Serie D e C che fanno fatica.
Un problema antico, che affonda le radici già nel 2010.
La soluzione chiamata Baggio
Ai Mondiali in Sudafrica, l’Italia di Cesare Prandelli viene eliminata al primo turno, e la FIGC cerca soluzioni per il futuro del calcio. Il 4 agosto 2010, Roberto Baggio viene nominato presidente del Settore Tecnico della Federazione. Il “Divin Codino” dimostra subito di meritare il ruolo: presenta un dossier di 900 pagine, ricco di idee concrete, dalla formazione dei giovani calciatori alla creazione di un’area scouting con un database multimediale.
Tutto bellissimo sulla carta, ma rimasto incompiuto. Nel 2013 Baggio si dimette, deluso, perché le sue proposte non trovano mai applicazione: i vertici federali restano immobili, e la sua visione rimane lettera morta.
Settori giovanili, nessuno ci crede!
I settori giovanili, una volta cuore pulsante del calcio italiano, sembrano oggi fantasmi di sé stessi. Considerati un serbatoio vitale per le prime squadre, ormai hanno perso centralità e significato. Solo pochi giovani riescono a fare il salto di qualità, ma chi ce la fa non sempre trova spazio. Le società preferiscono investire su calciatori già pronti, mandando in prestito o cedendo i talenti emergenti. Il percorso dalla Primavera alla Serie A è frammentato, spesso troppo tardivo, e le qualità tecniche rischiano di essere ignorate a favore di quelle fisiche, sviluppabili a qualsiasi livello. Potenziali Marchisio o Totti, nascosti tra le pieghe di un sistema poco attento, non riescono a emergere. Avere uno o due giovani promettenti all’anno non basta: serve un ecosistema che li sostenga.
La crisi del calcio italiano emerge con chiarezza osservando la composizione delle rose. In Serie A, il 67,5% dei giocatori è straniero, lasciando agli italiani solo il 32,5% delle maglie. Si tratta della percentuale più alta tra i principali campionati europei, un dato che mette in luce quanto i talenti locali faticano a trovare spazio, esperienza e continuità nelle squadre di vertice.
Diverso è lo scenario nei campionati minori, dove le società italiane continuano a investire sui giovani nazionali. In Serie B la quota di stranieri varia tra il 24,8% e il 29%, mentre in Serie C si attesta intorno al 28%. Anche in Serie D, pur con oscillazioni tra i gironi, la presenza di giocatori stranieri mediamente resta sotto il 20-25%. Qui, quindi, il sistema continua a puntare su italiani, garantendo opportunità di crescita e valorizzazione del talento locale.
Tuttavia, nemmeno le regole sugli under sembrano risolvere il problema. Nei campionati minori, l’obbligo di schierare un certo numero di giovani spesso si traduce più in un vincolo burocratico che in un reale percorso di crescita. Molte società rispettano la norma per ottenere incentivi economici o sgravi, senza impegnarsi davvero nello sviluppo dei ragazzi. Così, il giovane calciatore resta un numero sul modulo, privato della continuità necessaria per emergere e trasformarsi in talento di livello nazionale.
Il paradosso è chiaro: più si sale di categoria, più gli italiani vedono ridursi le opportunità. La Serie A appare come un’isola sempre più straniera, dove i vivai faticano a produrre giocatori pronti per il grande palcoscenico. Al contrario, Serie B, C e D mantengono un ruolo fondamentale nel coltivare e valorizzare giovani calciatori italiani. Senza un equilibrio tra valorizzazione dei talenti locali e apertura agli stranieri, il rischio è che il calcio italiano continui a dipendere da importazioni, compromettendo la formazione dei futuri fuoriclasse e minando la competitività della nazionale.
A questo si aggiunge la struttura spesso carente dei settori giovanili nei club italiani. Infrastrutture insufficienti, allenatori non sempre all’altezza, programmi di sviluppo standardizzati e non personalizzati. In Germania, Olanda e Francia i vivai sono laboratori di innovazione: tecnica, tattica, psicologia e preparazione fisica si fondono per creare giocatori completi. Qui, invece, l’approccio manca, e le opportunità per i giovani svaniscono prima ancora di nascere.
La crisi si riflette nella Nazionale: dal 2006 l’Italia non supera una fase a eliminazione diretta ai Mondiali, e dal 2010 nessun club azzurro solleva una coppa europea. Siamo usciti dall’élite, relegati alla periferia del calcio che conta. Non produciamo più fuoriclasse, la qualità della Serie A si è abbassata, e i giovani di talento restano spesso ai margini. Cause e conseguenze si intrecciano, e da questo intreccio nascono i fallimenti sportivi che oggi vediamo in maniera drammatica.
Serie C e D, campionati da riformare
La Serie C, in particolare, è diventata un terreno minato. Senza il sostegno di un imprenditore disposto a investire, molte squadre sono condannate a lottare per sopravvivere o a scomparire. Cento club professionistici sono troppi per un sistema che non regge le pressioni economiche: stipendi che non arrivano, squadre incomplete, penalizzazioni che si sommano ogni anno. Il risultato è un campionato falsato, dove il merito sportivo spesso cede il passo alla fortuna finanziaria.
La Serie D, invece, è sempre più affollata: nove gironi da 18 squadre, per un totale di 162 formazioni, a cui si aggiungono decine di gironi tra Promozione ed Eccellenza. Una frammentazione eccessiva che rende dispersivo il calcio dilettantistico e rende difficile il monitoraggio dei talenti emergenti, rischiando di disperdere preziose risorse umane.
Non è come afferma Gravina che solo negli sport dilettantistici si possono adottare scelte e decisioni che nel mondo professionistico non è evidentemente possibile. Nei fatti, invece, è proprio questa scelta che manca. Nei campionati minori i giovani italiani respirano responsabilità, spazi di crescita e possibilità concrete di emergere. Nella Serie A e nei vertici del calcio professionistico tutto resta immutato: vivai sottoutilizzati, regole sugli under piegate alle logiche economiche, squadre sempre più straniere, club che sopravvivono solo grazie a capitali straordinari o investitori illuminati.
Si potrebbe fare, si sa come fare, ma non si vuole. Eppure le soluzioni esistono.
Immaginiamo un futuro diverso: una Serie A con limiti progressivi agli stranieri, o almeno sei italiani titolari per squadra, in cui la crescita dei nostri ragazzi diventa priorità. Nei campionati minori, una quota alta di italiani – 80-90% – accompagnata da incentivi reali, non semplici vincoli burocratici, così che la valorizzazione dei giovani sia concreta e sostenibile. I settori giovanili devono smettere di essere ornamentali: investimenti obbligatori, minuti garantiti ai talenti italiani, allenatori qualificati, programmi personalizzati. Non basta avere un vivaio, bisogna viverlo.
Anche l’architettura dei campionati va ripensata. La Serie C e la Serie D potrebbero ispirarsi al modello inglese: un solo campionato per ogni categoria, gironi unici e trasparenti, che permettano alle società di pianificare a lungo termine, valorizzare i giovani e garantire continuità sportiva. Meno frammentazione, più qualità, meno disparità economiche e arbitrarietà nelle classifiche: un sistema solido, chiaro e meritocratico.
La Serie C deve ritrovare stabilità: meno squadre, controlli economici severi, stop alle iscrizioni “al limite” che falsano campionati e speranze. E le regole sugli under, lontane da un obbligo sterile, diventano incentivi reali: premi a chi fa crescere i giovani, non numeri da esibire.
E mentre il calcio mondiale accelera, noi restiamo fermi. La palla rotola, i giovani crescono altrove, i sogni si consumano negli stadi vuoti o nelle panchine ignorate. Il talento italiano rimane intrappolato, spettatore silenzioso di un film che non scrive più. L’Italia potrebbe rinascere, potrebbe tornare protagonista, ma continuerà a perdere finché il sistema rifiuterà di cambiare. E ogni Mondiale mancato, ogni Europeo fallito, ogni giovane promessa che resta invisibile non è colpa di un giocatore, di un allenatore o di un episodio: è la sconfitta di un calcio che ha paura di reinventarsi.
