Il calcio italiano continua a interrogarsi sul proprio futuro, ma forse le risposte sono già davanti ai nostri occhi. O meglio: sono in giro per l’Europa. Giovani italiani che stanno crescendo e giocando all’estero, lontano dalla Serie A, spesso senza che il nostro sistema FIGC abbia davvero creduto in loro.
Il caso più emblematico è quello di Nicolò Tresoldi, attaccante classe 2004 oggi al Club Brugge. Nato in Italia, poi naturalizzato tedesco nel 2022, è cresciuto calcisticamente in Germania, Tresoldi si è fatto spazio prima con l’Hannover e poi in Belgio, trovando continuità e fiducia nel vero senso del gol. Una crescita costruita lontano dai riflettori italiani.
Nei giorni scorsi la pagina Instagram cronache_di_spogliatoio” ha riportato le sue parole: da giovane aveva sostenuto provini con club italiani importanti, ma senza che nessuno decidesse davvero di puntare su di lui per il futuro. Un passaggio che fa riflettere molto. Perché oggi parliamo di un attaccante moderno, fisico, generoso, già abituato a contesti internazionali.
E Tresoldi non è un caso isolato.
Gli altri giovani italiani che brillano fuori dalla Serie A
Pensiamo a Michael Kayode, cresciuto nel settore giovanile italiano ma ormai stabilmente protagonista in Premier League con il Brentford FC dopo l’esperienza alla Fiorentina. Oppure a Wilfried Gnonto, esploso in Svizzera prima di affermarsi in Inghilterra con il Leeds United.
C’è poi Destiny Udogie, oggi titolare in Premier League con il Tottenham Hotspur, e diventato uno dei terzini più interessanti nel panorama europeo. Tutti profili giovani, italiani, con minutaggio vero in campionati competitivi.
La domanda è ormai da tutti inevitabile: perché questi talenti trovano più spazio fuori dall’Italia?
Perché i giovani italiani giocano di più all’estero?
Secondo me, la risposta è scomoda ma chiara. All’estero si sbaglia di più, ma si investe di più sui giovani. In Premier League, Bundesliga o Belgio, da un classe 2003 o 2004 fino a un 2008 o 2009 può accumulare presenze importanti senza essere subito messo in discussione dopo una partita sbagliata.
In Serie A, invece, la pressione del risultato immediato spesso frena il coraggio. I club preferiscono l’usato sicuro, l’esperienza, il prestito di turno. E così molti ragazzi scelgono di partire. E così vediamo quasi solo giocatori che hanno 30/35 anni.
Il paradosso? Quando esplodono fuori, diventano improvvisamente interessanti anche per il mercato italiano. Ma a quel punto costano di più e hanno già scelto un percorso diverso.
Un appello al calcio italiano
Non si tratta di nostalgia né di nazionalismo. Si tratta di progettualità. Se il calcio italiano vuole tornare competitivo e costruire una Nazionale solida per il futuro, deve creare spazio vero per i giovani italiani, non solo a parole. Per esempio, una cosa buona che abbiamo fatto negli ultimi 3 anni è aver realizzato le Nazionali Under 14, 15, 16.
Tresoldi e gli altri non sono rimpianti: sono segnali. Segnali di un sistema che può e deve cambiare. Perché un talento italiano che cresce in Europa è motivo d’orgoglio, ma sarebbe ancora più bello vederlo protagonista in Serie A, davanti ai tifosi italiani.
Il futuro non è lontano. Sta già giocando. Solo che, troppo spesso, lo fa altrove.

