L’ex Juventus Fabrizio Miccoli ha svelato numerosi aneddoti relativi alla sua carriera calcistica, segnata da eventi importanti.
Fabrizio Miccoli si è raccontato in un’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, in cui ha ripercorso tutte le tappe della sua carriera calcistica, costellata soprattutto dal carcere e dall’esperienza non felice alla Juventus, in cui ha raccontato questo aneddoto:
“Luciano Moggi mi fece pagare il fatto di aver rifiutato la procura a suo figlio Alessandro? A Torino, molti mi consigliarono di firmare per la Gea di Alessandro Moggi. Me lo suggerì anche Antonio Conte, leccese come me. Il procuratore però ce l’avevo, era Caliandro e non volevo tradirlo. Non lo so, se ciò che successe dopo avvenne per ripicca. Moggi padre mi punzecchiava sui tatuaggi, sull’orecchino, sui capelli, e quando ritornai dal prestito alla Fiorentina, ci fu l’episodio del pullman. Loro avevano vinto lo Scudetto (poi revocato per Calciopoli, ndr) e un giorno ci portarono in Comune per una premiazione. Io venni lasciato solo a bordo, ad aspettare, una situazione umiliante. Mi cedettero al Benfica. Non sono pentito, però mi chiedo come sarebbe andata la mia carriera se avessi accettato di cambiare agente. Che poi sono sempre stato fedele a Caliandro e oggi con Caliandro non ci parliamo più. Quando ero carcere, mi dicevano che Moggi, il padre, telefonasse per sapere come stavo e questo mi ha fatto riflettere. Al di là di tutto, oggi penso che Moggi sia una persona vera”.
Miccoli, il carcere
“Quando mi sono costituito, al penitenziario di Rovigo. Scesi dalla macchina e quell’ultimo tratto a piedi, verso il cancello, con il borsone sulle spalle, è stato terribile. Poi i documenti, la perquisizione. Mi accolsero bene, non mi misero mai in mezzo alle loro cose. Quando c’erano delle questioni, mi allontanavano. Dicevano: “Tu che ci fai qua?”. Mi fecero una battuta: “Fabrizio, qua ci ammazziamo per due cose, le carte e il pallone”. Capii. Così mi mettevo tra i pali e le poche volte che giocavo da attaccante non facevo mai il fenomeno, mi muovevo con il freno a mano tirato. La partitella era un momento spensierato e tale doveva rimanere”.

