L’intervista esclusiva a Christian Manfredini, ex centrocampista di Lazio e Fiorentina tra le altre, protagonista del Chievo di Del Neri.
La redazione di Fischio Finale ha avuto il piacere di intervistare Christian Manfredini, ex centrocampista ivoriano con cittadinanza italiana che ha vissuto la sua carriera calcistica interamente in Italia.
Di seguito l’intervista completa:
Ciao Christian, grazie per aver accettato il nostro invito. Partiamo subito con le domande ripercorrendo la tua carriera in Italia dalle origini.
1. Ripensando alla tua carriera, qual è il momento che consideri più importante nel tuo percorso da calciatore?
“Buongiorno a tutti. Ripensando alla mia carriera i momenti più importanti sono stati arrivare a Viterbo in serie C nel 1995 dove trovai un’allenatore di nome Attardi Guido che mi disse che per fare la differenza dovevo correre sulla fascia non 10/20 volte a partita ma 100 volte su e giù,allora forse avrei fatto la differenza. 2 momento e’ stato conoscere Luigi Del Neri arrivando al Chievo,dove ho consolidato metodologie sia tecnica che tattica abbinato a un miglioramento mentale nella gestione delle energie in gara”.
2. Che ricordi hai dei tuoi anni alla Fiorentina e quanto quella esperienza ha contribuito alla tua crescita?
“Approdare in una piazza così importante come Firenze è sempre qualcosa d’importante e piacevole. Ricordi ,di un pubblico meraviglioso. Ma non è stata un’annata da ricordare sia a livello personale che di squadra”
3. Il periodo alla Lazio è stato uno dei più significativi della tua carriera: cosa ti è rimasto di quell’ambiente e di quello spogliatoio?
“Si, approdare alla Lazio e’ stato il momento più importante della mia carriera, avendo potuto giocare nelle coppe Europee e soprattutto in Champions. Ricordo tutto ,il pubblico,i derby, i grandi giocatori con cui ho avuto il piacere di giocare insieme, l’arrivo a Formello(centro di allenamento) con i tifosi che ti aspettavano fuori dai cancelli, le trasferte europei”.
4. Hai giocato in diverse squadre e con tanti allenatori: ce n’è uno che ha inciso più degli altri sulla tua carriera?
“Ho avuto più di 10 allenatori in carriera, i più importanti sono stati Attardi, Delio Rossi e Del Neri”.
5. Qual era la tua qualità principale in campo e cosa pensi che serva oggi a un centrocampista per emergere ad alti livelli?
“Soprattutto nei primi anni, ero abbastanza rapido e veloce,mi divertiva riuscire a crossare i palloni in area anche se poteva risultare difficile nei vari momenti della partita. Oggi come ieri bisogna avere del talento,oggi più di ieri avere una gran capacità organica,cioè avere più risorse fisiche rispetto al tuo avversario”.
6. Il calcio è molto cambiato negli ultimi anni: cosa pensi del calcio moderno rispetto a quello dei tuoi tempi?
“Come detto in precedenza, rispetto al passato i giocatori sono molto di più atleti e hanno per la maggioranza meno capacità tecniche,sia nel dribbling che nel proporsi in fase offensiva. Vedo che le partite sono meno divertenti, pochi giocatori saltano l’uomo e quando li troviamo ci esaltiamo per poco perché dovrebbe essere non l’eccezione”.
7. C’è una partita o un episodio della tua carriera che ti è rimasto particolarmente nel cuore?
“Con il Chievo quando giocammo il primo derby in serie A contro il verona…e la prima partita in champions con il Real Madrid”.
8. Che consiglio daresti oggi a un ragazzo che sogna di diventare calciatore professionista?
“Consigli ce ne sono tanti,1 credere sempre in se stessi e essere convinti che lavorare sodo paga sempre,e avere sempre un piano B”.
9. Se potessi tornare nello spogliatoio del suo esordio in Serie A e parlare al giovane Christian Manfredini, cosa gli diresti oggi?
“Nulla, perché non si può,ma devo dire anche che non ho rimpianti. Ho fatto e dato quello che potevo”.
10. Nel calcio si parla spesso di talento, ma nella tua carriera quanto hanno contato invece carattere e sacrificio?
“Carattere è sacrificio contano sempre, e non sono mancati anche nella mia di carriera. Senza queste motivazioni non avrei potuto arrivare a giocare determinate partite”.
11. Qual è stato il momento in cui hai capito davvero di essere diventato un calciatore di Serie A?
“Solo quando giochi la tua prima gara puoi dire che ci sei riuscito, ma io ho realizzato che ci ero riuscito nel mio sogno, quando mi trovai al giornalaio e vidi in prima pagina una rivista di sport con la mia immagine”.
12. La Serie A porta visibilità ma anche tante aspettative. Come hai imparato a convivere con la notorietà e con le pressioni del pubblico e dei media?
“Fare sport ad alti livelli porta esposizione mediatica importante che bisogna imparare a gestire al meglio sennò rischi di trovarti in difficoltà. Io credo che per la gran parte è un’abitudine. Esempio i primi tempi che giocavo in A entrare in campo con lo stadio con 50/60/70 mila era sempre un’emozione diversa e da gestire. Con il passare del tempo ,non è passasse l’emozione ma mi ero abituato alla situazione o meglio avevo imparato a gestire certi momenti e situazioni. Anche se non era automatica la cosa. Con i giornali avevo un non rapporto, nel senso che li leggevo poco e avevo imparato a non farmi influenzare dal giudizio o voto finale, perché avevo capito che i voti andavano in base al risultato della gara o ad errori gravi che potevi aver fatto. Poi un giocatore sa quando ha dato il massimo e quando non ha fatto bene la sua partita”.
13. Molti ragazzi sognano il calcio senza conoscerne le difficoltà: qual è il lato meno raccontato della vita da calciatore?
“La tv, giornali e tutti i media mostrano solo il lato bello, cioè auto di lusso, case da sogno, viaggi e vacanze favolosi. Ma bisognerebbe parlare e far capire a tutti i ragazzi che per arrivare a tutto questo ci sono tanti sacrifici, al di là del talento che ogni giocatore può avere. Ci sono momenti bui, che tutto non arriva e si continua a provare, momenti che tutto appare difficile e si pensa a mollare. Non si deve guardare solo il livello più alto della serie A perché li i giocatori sono più agevolati, le categorie inferiori lì ci sono più difficoltà e più ingiustizie”.
14. Oggi, guardando il calcio dalla tribuna o in TV, cosa ti manca di più della vita da calciatore?
“Ti potrei rispondere tutto, o meglio il campo, il calcio giocato ma so anche che non potrebbe tornare mai. Mi manca la fatica, il sudore, l’adrenalina che ti portava l’aspettare l’inizio di una gara. Ma sono sereno perché ho preso e goduto a tutto quello che mi è capitato di bello!!”
La nostra chiacchierata si conclude qui. Grazie per averci dedicato il tuo tempo e buona fortuna per il tuo futuro.
Alessandro Bertolino
Direttore Fischio Finale
Grazie a voi
A presto
Christian Manfredini, collaboratore Tecnico Nazionale CFT(FIGC)
