Domenico Berardi si racconta in una lunga intervista, ripercorrendo la sua immensa carriera al Sassuolo. Ecco perchè è rimasto in Emilia.
Nel corso degli anni ci siamo sempre chiesti se Domenico Berardi avesse mai pensato di aspirare a un club più blasonato in cui poter ambire a dei traguardi maggiori, perchè il suo exploit con la maglia del Sassuolo lo ha posizionato in alto tra i giocatori italiani più efficaci in zona gol e assist nell’ultimo decennio.
Nella lunga intervista ha ripercorso diversi spunti:
Nelle ultime sei giornate avete battuto Como e Milan ma avete fatto un punto in quattro gare contro avversari che in classifica erano dietro di voi. Cosa vi manca per puntare al settimo-ottavo posto?
“A volte manca un po’ di cattiveria e così non sempre esprimiamo il nostro potenziale. Magari servirebbe un pizzico di esperienza in più per puntare all’ottavo posto, ma credo che la società segua sempre un’ottima politica, trovando la giusta fusione tra esperti e giovani”.
Dopo i trent’anni è cambiato qualcosa nel suo modo di vivere il calcio?
“Me lo godo di più. Sono più maturo e ho messo alle spalle i brutti pensieri. Dopo l’infortunio del 2024 (rottura del tendine d’Achille, ndr) ho vissuto momenti critici: la testa voleva smettere. Ma il cuore e il corpo no. Per fortuna hanno vinto loro”.
Ha pensato davvero di smettere?
“Sì, temevo di non essere più in grado di giocare. La riabilitazione è stata difficile, soprattutto dal punto di vista mentale. Mi chiedevano di salire sulle punte dei piedi, ci provavo con tutto me stesso ma non ci riuscivo. Il cervello dava l’impulso, ma il corpo non rispondeva: sensazione bruttissima. E mi chiedevo se fosse il caso di insistere: mi sembrava una montagna troppo alta. Quando tornavo a casa, ne parlavo con mia moglie: lei mi ascoltava e poi mi calmava. Grazie a Francesca e ai fisioterapisti ho continuato a combattere e sono tornato più forte di prima”.
Si è mai sentito sottovalutato?
“Sì, ma non è mai stato un problema perché ho sempre creduto in me stesso. So di avere grandi qualità calcistiche e umane. Mi ritengo un leader. Ho sempre cercato di far parlare il campo”.
Dice sempre (quasi…) no alle interviste. Non le piace apparire in tv. Tra qualche anno non rimpiangerà questa chiusura?
“Non lo so. Per fortuna i miei figli Nicolò (cinque anni) e Riccardo (tre) mi seguono nelle partite e poi vanno a cercare le immagini. Basta quello. Poi qualche intervista l’ho anche fatta eh… Diciamo che se posso evitare è meglio”.
Vivrà un’estate da bandiera del Sassuolo, dopo il rinnovo a vita (contratto fino al 2029, ndr) e non da uomo mercato. Sarà strano?
“Sarà bellissimo. Finalmente posso andare al mare e rilassarmi…”.
Ma sarà davvero così? Se arrivasse una chiamata da un club che gioca le coppe e magari la Champions che tanto desiderava, la ascolterebbe?
“Le porte sono sempre aperte, nella vita niente è impossibile, quindi ascolterei. Però il concetto è sempre quello: io prenderei in considerazione l’idea di cambiare solo se pensassi di potermi divertire e di far parte di un progetto in cui non sarei considerato un ‘passeggero’. Vorrei giocare la Champions da protagonista, non viverla da comprimario”.
Come ha fatto a tenere sotto controllo il desiderio della Champions restando sempre molto concentrato sul Sassuolo?
“Con la forza dell’amore. Io amo giocare e amo il Sassuolo: ho dato tanto a questo club e viceversa. Quindi non si è mai posto il problema. Avevo detto che mi sarebbe piaciuto giocare la Champions e lo confermo. Ma per fare le cose bisogna essere in tre e, quando sembrava ci fosse la possibilità di cambiare, a essere d’accordo erano solo due componenti”.

