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La Champions League non è solo un traguardo sportivo: per la Roma è una vera e propria rivoluzione finanziaria.

AS ROMA

Il 2-0 firmato da Stephan El Shaarawy ha sancito il ritorno ufficiale dell’AS Roma in Champions League non ha scatenato soltanto la gioia dei tifosi, ma ha fatto tirare un enorme sospiro di sollievo ai manager di Trigoria. Per la holding dei Friedkin, questo traguardo rappresenta una vera e propria linea di demarcazione: c’è una Roma “prima della Champions”, costretta all’austerità dai paletti UEFA, e c’è una Roma “dopo la Champions”, finalmente libera di progettare il proprio futuro con una potenza di fuoco finanziaria che non si vedeva da anni.

Ma quanto vale, concretamente, questo pass per l’élite d’Europa? 

Il “tesoretto” di partenza: oltre 40 milioni prima di scendere in campo.

Il nuovo formato della Champions League a girone unico ha ridefinito la distribuzione dei premi, rendendola ancora più ricca per i club con una solida storia europea recente. La Roma, grazie alle cavalcate degli ultimi anni tra finali e semifinali di Europa e Conference League, si presenta ai nastri di partenza con un coefficiente UEFA altissimo.

Questo posizionamento strategico si traduce in un incasso iniziale garantito che si aggira tra i 40 e i 43,5 milioni di euro. Questa cifra mastodontica è la somma di due fattori:

  • Bonus di partecipazione fisso: circa 18-20 milioni di euro spettanti a ciascuno dei 36 club della fase finale.
  • Quota “Value”: la nuova voce UEFA che unisce il market pool (diritti TV) e il ranking storico, dove la Roma si piazza nella fascia alta delle italiane.

A questi si sommeranno inevitabilmente i ricavi del botteghino (con lo Stadio Olimpico garantito per almeno quattro super-sfide interne nella prima fase) e i bonus per i risultati sul campo, portando l’impatto stimato complessivo della prima fase a superare agevolmente i 60 milioni di euro

Addio “Settlement Agreement”: la fine dell’era delle plusvalenze obbligate.

Per capire la portata di questa rivoluzione, bisogna ricordare da dove parte la Roma. Negli ultimi anni, il club è stato rigidamente vincolato dal Settlement Agreement firmato con la UEFA per il rispetto del Fair Play Finanziario. Una gabbia che ha costretto l’area tecnica a fare i salti mortali ogni estate, rincorrendo scadenze fisse per generare plusvalenze e sacrificando spesso i pezzi pregiati o i giovani del vivaio.

I Friedkin hanno fatto un lavoro straordinario di risanamento: nell’ultimo bilancio i costi complessivi sono stati tagliati di quasi 60 milioni (scendendo a 305,2 milioni di euro) e le perdite sono state dimezzate a 53,9 milioni, a fronte di un fatturato di circa 270 milioni.

Con l’ingresso dei ricavi Champions, il fatturato della Roma è destinato a sfondare il muro dei 320-330 milioni di euro. Questo incremento sposta sensibilmente il tetto dello Squad Cost Ratio (il rapporto tra costo della rosa e ricavi imposto dalla UEFA), permettendo alla Roma di operare sul mercato senza il cappio al collo delle cessioni immediate.

Come cambia il calciomercato della Roma?

Il budget estivo non sarà più basato sulle intuizioni dei parametri zero o sui prestiti dell’ultimo minuto. I 60 milioni garantiti dall’Europa verranno interamente reinvestiti per alzare il livello qualitativo della squadra.

I Friedkin, che dall’inizio del loro mandato hanno già iniettato oltre un miliardo di euro per sostenere e ricapitalizzare il club, possono ora finanziare una campagna acquisti di livello internazionale basata su tre pilastri:

  1. Acquisti a titolo definitivo: investimenti su profili giovani e futuribili, capaci di creare valore nel tempo.
  2. Trattenere i big: nessuna necessità di svendere i campioni presenti in rosa per fare cassa.
  3. Flessibilità sugli ingaggi: la possibilità di offrire contratti competitivi per attirare giocatori abituati ai palcoscenici della Champi

Il brand AS Roma nel mondo

La rivoluzione, infine, è anche una questione di status. Tornare stabilmente nell’élite del calcio europeo permette alla Roma di rinegoziare i contratti di sponsorizzazione a cifre sensibilmente superiori e di aumentare la propria visibilità nei mercati strategici globali, dal Nord America all’Asia.

La Champions League, insomma, ha curato il bilancio e riempito il portafoglio. Ora, però, la palla passa inevitabilmente alle scelte dell’area tecnica. Perché se la finanza costruisce le fondamenta, a vincere le partite è sempre la concretezza del campo. Una lezione di pragmatismo che, in fondo, si riassume perfettamente nella celebre massima di Gian Piero Gasperini:

Datemi un portiere che para e un attaccante che segna, al resto ci penso io.

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