L’Italia che non cresce: settori giovanili in affanno, talento sprecato e un sistema che fatica a credere davvero nei suoi giovani.
La questione non è l’assenza di talento, bensì il sistema che dovrebbe svilupparlo.
Da tempo il calcio italiano ha difficoltà a sfornare calciatori capaci di affermarsi in modo consistente ai vertici, specialmente se paragonato ai maggiori campionati europei. La Serie A continua a essere uno dei campionati che offre meno opportunità ai giovani, specialmente agli italiani. Questa informazione è solo la parte visibile di una crisi più approfondita che origina dai vivai.
Uno dei punti cruciali è la molto bassa fiducia dei club nei giovani italiani. L’età media del debutto in prima squadra è superiore rispetto a Bundesliga, Ligue 1 o Liga. Il percorso di sviluppo è spesso spezzettato tra panchine, prestiti poco efficaci in cerca di minutaggio e assenza di continuità. I giovani non vengono integrati progressivamente, ma sono convocati solo in caso di emergenza, senza un reale piano tecnico sottostante.
L’opinione di alcuni ex calciatori
Claudio Marchisio ha segnalato questa situazione, definendo “allarmante” la condizione dei settori giovanili italiani e evidenziando come spesso si manchi del coraggio di investire sui ragazzi formati in casa. Il sistema, secondo l’ex centrocampista della Juventus, tende a optare per soluzioni rapide invece di investire a lungo termine, causando di conseguenza un rallentamento nella crescita dei talenti.
Anche Fabio Cannavaro ha sottolineato questo aspetto, identificando nella scarsa fiducia nei giovani in Serie A e in una preparazione troppo rigida uno dei principali limiti del calcio italiano. Per l’ex Pallone d’Oro, un eccesso di tatticismo può soffocare la creatività e la personalità, aspetti essenziali nel calcio contemporaneo.
Il ruolo del mercato
Un ulteriore elemento chiave è la forte dipendenza dal mercato estero. L’elevato numero di calciatori stranieri limita gli spazi e costringe le squadre a optare per scelte conservative, favorendo giocatori già pronti anziché lo sviluppo interno. È una tattica che può avere successo nel breve termine, ma che impoverisce il movimento nel medio-lungo periodo e influisce anche sulla competitività della Nazionale. Tuttavia, il problema non è soltanto di natura quantitativa. È pure culturale.
Non è una sorpresa, quindi, che sempre più giovani italiani si rivolgano all’estero per cercare opportunità e stabilità. Campionati che presentano traiettorie più definite e responsabilità anticipate sono oggi più seducenti di un sistema considerato chiuso e tradizionalista.
Le conseguenze sono chiare: squadre con una media di età alta, lento ricambio generazionale e una Nazionale che stenta a rinnovarsi.
Invertire la direzione è fattibile, ma necessita di un cambiamento di mentalità: maggiore fiducia nei giovani, investimenti a lungo termine, incentivi per valorizzare i vivai e la determinazione di focalizzarsi sul futuro, non solo sui risultati domenicali.
Il talento non è assente in Italia. È il sistema che deve realmente imparare a avere fiducia.

